Nel seguente racconto, gli anarchici che parteciparono come volontari internazionalisti alla lotta per difendere il Rojava dallo Stato Islamico descrivono il ruolo che la canzone antimilitarista “Už Nikdy” (“Mai più”) della band hardcore cecoslovacca Kritická Situace ha avuto nella loro esperienza.
Questo testo è adattato dall’ultimo numero della pubblicazione anarchica hardcore Inside Front. Lo riproponiamo qui per riflettere sull’importanza della musica e della cultura rivoluzionarie all’interno dei movimenti sociali. Il personale è geopolitico.
Questi eventi si svolsero nel marzo 2019, verso la fine della guerra contro lo Stato Islamico. In quel periodo, l’esercito turco e le milizie siriane ad esso subordinate avevano brutalmente occupato il distretto di Afrin, a maggioranza curda, nel nord-ovest della Siria, e Donald Trump stava segnalando che avrebbe permesso loro di attaccare anche il resto del Rojava. Allo stesso tempo, lo Stato Islamico continuava a controllare territori nella regione di Deir Ezzor, nel sud-est del Paese, dove ad al-Baghuz Fawqani si combattevano le battaglie finali.
Non appena lo Stato Islamico venne sconfitto, il governo degli Stati Uniti diede il via libera alla Turchia per massacrare coloro che lo avevano sconfitto. Nel 2024, le truppe sostenute dalla Turchia salirono al potere in Siria, dando vita a nuove sfide per il multietnico esperimento rivoluzionario nel Rojava. Ciononostante, la lotta per la libertà continua — nel Rojava e nel resto della Siria, in Turchia, nella Repubblica Ceca e in Slovacchia, e persino negli Stati Uniti. La lotta continua.
“Už Nikdy” dei Kritická Situace.
Abbiamo ricevuto queste due scritti che parlano degli stessi eventi, vissuti da due compagni differenti.
Report I. — “Mai più”
Nel marzo 2019 mi trovavo in Siria, come volontario internazionalista nel pieno della guerra civile.
Combattevamo su due fronti. A nord-ovest, i nostri compagni erano impegnati in una guerra difensiva contro i soldati turchi e lo stesso Stato turco, mentre noi eravamo impegnati in una guerra offensiva contro Daesh a sud-est. A nord-ovest, la morte dall’alto: artiglieria e droni. A sud-est, la morte dal basso: cecchini e mine.
Io e i miei amici eravamo appostati al secondo piano di un edificio abbandonato tra le rovine della città di Al-Baghuz Fawqani. Una coperta con l’immagine di Titti era appesa su una delle finestre oscurate della nostra stanza. C’era un gattino che dormiva con noi. I compagni dell’ospedale a nord ci avevano mandato lì con un’ambulanza. L’avevamo portata in prima linea per recuperare i feriti dal fronte, prestando loro le cure che potevamo. Di solito guidavo io.
Questo gatto ha occupato per un breve periodo la posizione più vantaggiosa della guerra civile siriana.
Il nostro gruppo era composto da volontari provenienti da tutto il mondo, accorsi in Siria per difendere la rivoluzione. Abbiamo raggiunto il paese durante gli ultimi giorni dello scontro finale. Quello per riconquistare il territorio dallo Stato Islamico. In Iraq e Siria. Nonostante nessuno di noi, all’interno della nostra unità di ambulanze, condividesse la stessa cittadinanza o lingua madre, abbiamo presto scoperto di avere tutti un passato legato alla controcultura punk globale.
Uno dei compagni mi descrisse la tristezza che aveva provato il giorno in cui era stato costretto a rasarsi la cresta e a fuggire dal suo paese. «Ma il punk non è qui», disse, indicando i propri capelli. «È qui», aggiunse, premendo il pugno sul cuore.
«Una coperta con Titti era appesa a una delle finestre oscurate della nostra stanza.»
Lasciando il mio telefono sul tetto per diverse ore, ero riuscito a scaricare una canzone intitolata “Never Again”, registrata nel 1992 dalla band cecoslovacca Kritická Situace. Questa traccia mi aveva già colpito nel 1998, quando era stata citata in una recensione memorabile e molto appassionata nel numero 11 della rivista nordamericana di hardcore Inside Front. La storia narra le vicende di un coscritto che fugge dall’esercito, attraversando la natura selvaggia con la ferma convinzione che i suoi superiori non riusciranno mai a costringerlo a uccidere.
Io e i miei amici ci trovavamo ora nella situazione esattamente opposta: eravamo internazionalisti che avevano attraversato il mondo volontariamente per difendere gli ideali dell’autonomia, dell’ecologia e della liberazione delle donne che erano stati messi in pratica dai movimenti sociali nel nord-est della Siria. Tuttavia, la guerra è guerra. Per molte notti, dopo il tekmil, cantavamo insieme «Never Again» a bassa voce nell’oscurità, accompagnati dal rumore degli spari, dei colpi di mortaio e delle bombe. Chi parlava correntemente le lingue slave cantava il testo, mentre il resto di noi seguiva come meglio poteva ritmo e melodia.
In una cella buia, alla luce delle torce,
Ti nascondi dall’esercizio del potere.
Non credi né nella felicità né nella salvezza,
confidi solo nel mantello nero della notte.
Solo il destino sa cosa ti accadrà quando arriverà il giorno,
per ora non ti resta che sognare l’abbraccio di un’amata
Accendi un fuoco, il cui fumo allontana gli insetti
e l’abbaiare dei cani ti risveglierà presto dai tuoi sogni.Disertore!
Con l’ignoto davanti a te
E i mercenari alle tue spalle
Speri di attraversare il fango
Sempre in fuga.
In fuga dall’esercito
Attraverso la terra malvagia e ostile.
La maggior parte di noi è sopravvissuta.
«Nulla è più tragico della perdita di dischi e altre opere d’arte come questa, dimenticate dal tempo e incapaci di raggiungere le persone per cui erano state create, incapaci di offrire quella bellezza e quella speranza di cui hanno così disperatamente bisogno», concludeva l’articolo del 1998 dedicato a questo disco.
Ovunque si trovino oggi i membri dei Kritická Situace, vorrei che sapessero che la loro canzone, molti anni dopo, era ancora lì per noi, proprio quando ne avevamo bisogno.
Dopo essere tornato a casa dalla Rojava, ho registrato insieme a un vecchio amico un duetto al pianoforte di «Never Again», per mandarlo a chi è ancora al fronte.
Report II. — “Le nostre utopie”
Mi ricordo soprattutto un momento.
Nel nostro gruppo, alcuni compagni provengono dalla sottocultura punk. Come ripeteva sempre uno di loro: «Non conta il taglio di capelli, ma quello che hai dentro».
Ascolto raramente il punk hardcore e, dopo essere arrivato in Rojava, mi sono reso conto di quanto quella realtà fosse differente, al punto che ho smesso di ascoltarlo. Tuttavia, con il passare dei mesi, mi sentivo spesso fuori posto e mi mancava casa, mi mancavano le mie radici. Se non fosse stato per alcune band e persone che avevo conosciuto nella scena punk, non mi sarei mai unito a un gruppo anarchico che segue le orme di Maria Nikiforova, Nestor Makhno, Buenaventura Durruti e altri.
Così, ogni tanto, mi ritrovavo ad ascoltare gruppi che mi piacevano dieci o quindici anni fa. I compagni del posto avevano una cultura musicale rivoluzionaria consolidata e anche noi. Oltre ai canti rivoluzionari tradizionali e all’hip-hop, il punk è una parte essenziale della musica di alcuni di noi.
“I compagni dell’ospedale a nord ci hanno mandato lì in ambulanza. Siamo andati per raccogliere i feriti della prima linea.”
A Deir Ezzor, un amico mi ha detto che aveva in continuazione una melodia in testa e mi ha chiesto se la conoscevo. «Fa così:’Tu-dп-pпnn-pnuuu—tu-du-pп-рпpnun-pnnии.’”
Mi è subito sembrata familiare, riuscivo persino a canticchiarne le note, ma non a ricordare di che canzone si trattasse. Poi si è unito a noi un altro nostro amico e ci siamo resi conto che la conoscevamo tutti. Era la canzone dei Kritická Situace, “Už Nikdy” (“Mai più”).
All’epoca potevamo accedere a Internet molto raramente e, quando riuscivamo a collegarci, tutti volevano contattare i propri parenti, quindi era impossibile ascoltare o scaricare la canzone. Ci abbiamo provato per molti giorni. Alla fine, siamo riusciti a inviare un messaggio a un amico all’estero che ha immediatamente riconosciuto la canzone, ma era comunque impossibile scaricarla tramite Signal. A volte, sul tetto del nostro edificio, riuscivamo a ricevere la copertura dati mobile irachena proveniente dall’altra parte del confine, ma era troppo pericoloso stare lassù nel bel mezzo di uno scontro a fuoco. Un compagno ha rischiato e ha portato il suo telefono lassù e lo ha lasciarto lì per ore, sperando di scaricare il messaggio di Signal contenente la canzone.
Dopo una o due settimane di tentativi, ci è riuscito. Il momento in cui abbiamo ricevuto la canzone è stato come una seduta di terapia di gruppo. Ci siamo seduti in quella casa senza finestre nel cuore di Baghouz, abbiamo messo il telefono al centro del nostro piccolo cerchio e abbiamo premuto play. Eravamo un gruppetto di amici provenienti da diverse parti del mondo, ognuno da un luogo molto diverso, ma conoscevamo tutti quella canzone grazie al punk. Abbiamo cantato insieme più e più volte, perdendoci nel momento. Mi è sembrato di tornare ai giorni in cui avevo comprato il mio primo LP e lo ascoltavo a casa con gli amici.
È interessante notare che la canzone parla di diserzione.
“Už nikdy nevezmeš pušku do svých dlaní,
Nikdy se neozbrojiš žádnou zbrani,
Už nikdy nezamířiš na bratra svého,
Už nikdy netrefiš se, přímo do černého.
Dezertére!”
o, in italiano
Non impugnerai mai più un fucile
Non imbraccerai mai più di un’arma,
Non punterai mai più contro tuo fratello,
Non colpirai mai più il bersaglio.
Disertore!
Non si tratta di un canto di guerra. Ci sembrava, però, perfetto. Ci faceva sentire sicuri e in pace. Noi, in quanto anarchici, non siamo venuti in Rojava per uccidere o combattere. Non ci siamo uniti alla lotta armata per questo motivo. Abbiamo piuttosto riconosciuto la necessità dell’autodifesa e della lotta del popolo per l’autodeterminazione, un tentativo rivoluzionario di creare una società nuova ed egualitaria basata sulla liberazione delle donne.
La band ha scritto questa canzone alla fine della cosiddetta “era del socialismo reale” in Cecoslovacchia, quando il punk rock era vietato e tutti gli uomini venivano arruolati nell’esercito di Stato, direttamente controllato da Mosca. Non sto dicendo che i membri della band siano oggi favorevoli all’uso delle armi, dato il contesto e l’epoca differenti, ma vedo comunque un’enorme differenza. Io lotto per un’utopia: un mondo senza armi né guerre. Paradossalmente, è proprio questo desiderio di liberazione totale che mi ha spinto a partecipare alla guerra civile siriana.
Quando un anarchico indossa un’uniforme e impugna un’arma da fuoco per partecipare a un conflitto del genere, dovrebbe mantenere il più possibile un approccio “hippie” per controbilanciare la durezza necessaria a sopravvivere in guerra — specialmente chi arriva in Medio Oriente dal cosiddetto Occidente. Questo vale soprattutto per chi arriva in Medio Oriente dall’Occidente. Una mente riflessiva e la determinazione ad analizzare la mascolinità tossica sono fondamentali, per non rischiare di diventare ciò contro cui combattiamo. Quindi sì: MAI PIÙ!
Questo è comunque ciò che desidero.
Qualche giorno fa, in occasione del solstizio d’estate, ci siamo seduti attorno al fuoco e abbiamo fatto un gioco. Dovevo descrivere un libro che mi era piaciuto. Senza pensarci troppo, ho scelto The Fifth Sacred Thing di Starhawk, che avevo letto proprio prima di venire qui, e ancora una volta tutto mi è sembrato avere senso. La distanza tra utopia e realtà può essere enorme, ma abbiamo il dovere di non abbandonare le nostre utopie.
Non dobbiamo dimenticare le nostre utopie.
Una foto di Kritická Situace nel 1990.







